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The Devil Makes Three

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Ironia, spaesamento e tradizione americana. Quando il diavolo ci mette lo zampino...




E'passata una settimana esatta dall'ultimo post. Un po' troppo è vero, ma più che cacciare il nuovo a tutti i costi, è bella l'indagine. E l'indagine richiede tempo.

Un'altra passeggiata in terra d'America, ancora una volta per attraversare le infinite sfumature del folk a stelle e strisce. Se vi ricordate ci eravamo lasciati nel Texsas delle melodie vellutate di Ola Podrida. Ora prendiamo il nostro fagotto e migriamo verso territori più aspri, per inseguire le avventure di un trio chiamato "The Devil Makes Three".

Il nome del gruppo, che in italiano dovrebbe corrispondere a un conteggio in cui "il terzo è il diavolo", o in altre parole che "siamo io, te, e con il diavolo siamo tre", si riferisce al trio composto da Pete Bernhard (chitarra), Lucia Turino (contrabasso) e Cooper McBean (benjo et al.).


E' ancora una volta musica fotografica, di spostamento, di migrazione continua in cerca della terra promessa. E forse non è un caso che proprio il mese scorso, a ri-produrre il loro primo lavoro uscito nel 2002 sia stata la Milan Records, che tra l'altro si occupa di produzione di colonne sonore.

La biografia di "The Devil Makes Three" sta in mezzo tra la storia e la leggenda, li vede spostarsi dal Canada verso una fattoria che alleva marmotte nel Vermont, e di lì ancora in giro a suonare fino a quando nel 2002 producono il primo album e finiscono nientemeno che in Scandinavia, la seconda patria del folk americano. Il richiamo della terra d'origine però li fa spostare ancora, questa volta in California, dove tuttora vivono, a loro dire, in una grotta.

Quel che è certo è che l'itinerario tracciato dalla musica di The Devil Makes Three, è fedelmente un viaggio e un incrocio di generi, un amalgama di bluegrass, folk, country e ragtime che scavalca i confini federali per disperdersi in mille sfumature realizzate con i poveri mezzi della tradizione americana, dove c'è posto per stumenti a corda, certo, ma non per la batteria, che viene di volta in volta rimpiazzata da schiaffi alla chitarra alla Howe Gelb, slap di contrabbasso, frenetici arpeggi di banjo e approccio punk alla Slim Cessna's Auto Club.

Modernissimi, se non avanguardistici, sono invece l'ironia, l'umorismo, il carattere genuino e mai scontato di questo trio, che affianca canzoni di protesta a racconti popolari, con una energia vigorosa e un approccio rigorosamente acustico.

Il suono è pieno nonostante i pochi mezzi, le melodie sono forbite nonostante la semplicità di ascolto, e soprattutto con i "The Devil Makes Three" si viaggia alla grande, macchina cavallo o treno merci, possiamo aspettarci di trovarli in giro a suonare il loro bluegrass senza troppi complimenti. L'invito è come sempre quello di lasciarsi andare alle coreografie suggerite da questa ulteriore variazione della infinita confusione di sonorità che ci regala la più che mai contraddittoria terra d'America
.


FONTI:
Myspace
Sito Ufficiale
Milan Records

Alla conquista delle isole Koop

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Viaggio nell'arcipelago di Magnus Zingmark e Oscar Simonsson, tra jazz, swing, elettro-pop e ritmi esotici.




Il mio amico si è voltato e mi ha fatto il sorrisetto, che voleva dire più o meno: "a questo punto scatta la birretta". Sì perché al Circolo la birra non è un granché, e l'acquisto dipende dalla performance di chi suona. E quel sorrisetto voleva dire, appunto, che la performance era ottima.

I Koop sono gli svedesi Magnus Zingmark e Oscar Simonsson. Sono in giro per l'Europa a presentare il loro ultimo lavoro, "Koop Islands" (Diesel Music/Playground), un vero e proprio viaggio spazio/temporale nella geografia sonora, proprio come i loro antenati scandinavi facevano con le terre emerse.

Sul palco però abbiamo trovato ben sette musicisti, tra percussioni, tromba, contrabbasso, batteria e campionatori. E su tutti spiccava la presenza di Hilde Louise Asbjornsen, sensualissima songwriter norvegese che accompagna i Koop in tournée. Per dare un'idea dell'aria che tirava: la Asbjornsen è uscita dal palco per tre volte, rientrando ogni volta con un vestito diverso. Che volete, è la "dimensione live".

Divagazioni a parte, abbiamo ascoltato una musica piacevolissima e raffinata, che si arrischia di far convivere tradizione e modernità. Alla base c'è il jazz, con richiami anche a mostri sacri come Chet Baker e Charlie Parker, che però evolve in libere interpretazioni e si arricchisce delle influenze da orchestra swing degli anni '30 e '40.

Ma quella dei Koop è anche un'esplorazione geo-sonora che va da Nord a Sud e viceversa. Sotto la linea dell'equatore il duo svedese scova ritmi afro-tribali e influssi esotici, come la Rumba caraibica e le musiche giamaicane. Nelle bianche distese del Nord Europa invece registrano, danno luogo alla performance elettronica, al campionamento, alla manipolazione. In una parola restituiscono in chiave contemporanea, in chiave Koop, tutto il materiale conquistato. Il giornalista svedese Andres Lokko a tal proposito scrive: "Se ascoltate con attenzione, potete sentire addirittura il bus numero 4 passare fuori, sulla strada innevata".

"Koop Islands" è anche un arcipelago di musicisti: oltre alla citata Hilde Louise Asbjornsen, troviamo la folksinger norvegese Ane Brun, Yukimi Nagano, ed Earl Zinger. Tutti percorsi paralleli a vostra libera percorrenza.


FONTI:
Myspace
Diesel Music
Circolo degli Artisti

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"Dieci", di Andrej Longo

Le tavole sacre viste da Napoli

"Io Panzarotto e Roléx.
Assettati 'ngopp' a 'stu muretto senza fa niente.
Senza tené voglia 'e niente.
Senza aspettà a nisciuno.
E senza nisciuno ca t'aspetta".


Ecco l'essenza di "Dieci", un piccolo libro di racconti su Napoli scritto da Andrej Longo. Chiudere la copertina di questo libricino edito da Adelphi, è come serrare la persiana di una finestra dopo aver spiato da dietro le imposte di un vicolo napoletano, o chiudere e buttare definitivamente al cesso le tavole sacre a cui si ispira. Dieci storie, appunto, per dieci comandamenti che vengono depennati inesorabilmente, uno ad uno, con lo scorrere delle pagine, simili alla lista di una spesa impossibile a farsi.

Lontana l'idea del sacro, ma non la ritualità dei gesti, delle relazioni, delle parole, una ritualità che si ripete sempre uguale, fine a se stessa e svuotata di ogni intento comunicativo. Tutti i personaggi del micorcosmo di Longhi sono irrimediabilmente impantanati in una vita 'malamente', violata e violenta, scandita, appunto, di riti assurdi.

Napoli non si vede mai, ma si sente. Si sentono le giornate livide incastonate tra i palazzoni, i tramonti troppo brevi, le strade che rigurgitano automobili, gli scugnizzi che fanno i pavoni lungo Corso Ggaribaldi.

Ogni racconto è una vita rigorosamente narrata in prima persona. Sono frammenti ma poco importa, quella vita scorre uguale tutti i giorni: il personaggio non cerca il cambiamento e il suo autore non gliene offre. Tutto resta conficcato nei monologhi e nei dialoghi secchi, resi in un dialetto che scorre come una canzone: il dolore le illusioni le pose. Ma di fondo la violenza come passepartout.

Il destino appare incastrato in quei dieci comandamenti impossibili da rispettare, anacronistici, di sicuro dettati da un dio che, pure se tutto vede e tutto sente, probabilmente non conosce Napoli.

Un libro duro e leggero a un tempo, "Dieci": un libro napoletano.

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Okkervil River, Circolo degli Artisti


Sabato ho visto gli Okkervil River al Circolo degli Artisti. Che dire? Che c'era un boato di gente rispetto a due anni fa (stesso posto), che come al solito sfiga ha voluto che mi capitasse davanti il solito rastone che ballava gongolando di qua e di là canticchiando le canzoni dell'ultimo album a memoria (con me dietro che bestemmiavo), che ci siamo anche goduti qualche minuto di unplugged grezzo causa temporanei guasti all'impianto elettrico.

Al di là di questo gli Okkervil sono un gruppo che è maturato sui palcoscenici, capace di rockeggiare una tradizione americana in mezzo tra il romantico e il punk, con chitarre trombe fisarmoniche mandolini a volontà.

Ci si doveva essere, ma per chi non c'era un assaggio è qui.
Foto: www.jagjaguwar.com


Hazmat Modine, radici senza confini

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Credetemi, Hazmat Modine è una band da tenere nello scaffale dei dischi, perché si presenta come qualcosa in più rispetto a un semplice prodotto discografico. Otto musicisti ebrei di New York, guidati dal leader Wade Schuman, capaci di dare vita ad un baccanale sonoro in cui è difficile stabilire confini, frontiere, generi e tradizioni.

Tutto è presente, tutto è possibile in "Bahamut" (Barbès Records): c'è chi ci sente il blues delle origini, lo swing americano degli anni '30, il calypso caraibico, la musica balcanica, il country.
Io ad esempio ci sento anche il Tom Waits di "Rain Dogs".

Una componente importante di "Bahamut" è il Klezmer, la musica ebraica delle comunità chassidiche suonata in occasione dei matrimoni, dei funerali e delle feste familiari nell'Europa dell'Est, in Polonia e in Russia. La forza di questa musica risiede proprio nelle sue radici popolari, di popoli spesso in cerca di identità, che trovavano nei canti e nelle melodie la forma espressiva alle tribolazioni e alle gioie. Grande ironia, comunque, nelle esecuzioni, grande maestria e controllo dello strumento, ma anche dell'emozione. Un vero evento discografico.

Ma ora basta, è ora di suonare.




FONTI:
Myspace
Sito ufficiale

Per una ricerca più accurata di alcuni generi citati vedi:

- Calypso
- Klezmer


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Messaggi in codice



Eletto come miglior commento sul Blog di Beppe Grillo...



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Burial, musica a suon di negazioni (elettroniche)


La segnalzione odierna ci viene dalla Hyperdub, ermetica e ombrosa etichetta discografica che sul web ha il coraggio di presentarsi con i link contati. Burial è il nome del musicista, in realtà totalmente avvolto nell'anonimato per conservare, dichiara, la musica pura, senza volto, che risponde solo a se stessa. Untrue è il titolo dell'album, altro elemento in negativo, un "falso".

E infatti tutto si confonde in questo lavoro che si direbbe dub, come concezione di fondo, ma che è anche tante altre cose e dunque non è nulla. Un omaggio al garage britannico, scrive il sito Pitchfork Media, un album registrato con calma nelle stanze di casa che diventa una pura magia elettronica.

Sulla Rete bisogna girare a destra e manca per ascoltare qualcosa, e ogni volta ti si accavallano le idee: B&Bhousemusicgaragejunglehardcore?... Untrue!

FONTI:
Per ascoltare:
Bleep
Myspace (Burial)

Myspace (Varie)

Per leggere
Pitchfork Media (in inglese)
OndaRock
Hyperdub

Abbiamo altre nuove... ci risentiamo nei prossimi post...

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Agghiastru



In dialetto siciliano vuol dire "olivo selvatico", il che è come dire ben piantato a terra, isolato anche se immerso in sterminati uliveti, nodoso, e dai frutti acidi, se non vengono lavorati da mani esperte. Si può ben dire che sia un albero schivo.

Così pure il musicista, che nel desolato panorama musicale italiano è, appunto, un "agghiastru" ben piantato, isolato, in mezzo a tante piante di finocchio, insignificanti.

Incantu è il titolo del nuovo lavoro. Sonorità ricercate, tanti strumenti, affinità elettive con le ultime malinconie di Nick Cave, qualche pezzo a passo di tango, cavalcate indiavolate e rumorose, atmosfere scure ma non notturne: piuttosto appaiono dei negativi di paesaggi campestri.

La dissonanza si sente, eccome: interviene dove serve l'elettronica, soffusa, ma prevale il gusto folk, malinconie in minore, e si sente la taranta, spenta, smorzata, sedata, ma si sente.
Questo è il sito.

Buon ascolto a tutti!

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Festa induista... in terra fascista

















A Borgo Hermada, piccolo borgo di epoca fascista del Lazio (Provincia Latina) oggi è festa grande. Ma non si festeggiano ricorrenze di celebrazione del ventennio, no. Oggi a Borgo Hermada si festeggia il Diwali, una festa induista. I Borghi sono all'avanguardia, ne siamo sempre più convinti.

La numerosa comunità indiana e banglasese che abita a Borgo Hermada, e che sola ormai conserva la vocazione agricola dell'Agro Pontino, tra centinaia di candele e un'euforia fuori dal comune vive la "festa delle luci".

Riceviamo da un amico e volentieri pubblichiamo.

"Oggi nel nostro quartiere si festeggia il Diwali, chiamata anche Dipavali, è una delle più importanti feste
induiste. Simboleggia la vittoria del bene sul male ed è chiamata "festa delle luci", durante la festa si usa infatti accendere delle luci (candele o lampade tradizionali chiamate diya).

I festeggiamenti per Diwali si protraggono per cinque giorni nel
mese indù di ashwayuja che solitamente cade tra ottobre e novembre, per induisti, giainisti e sikh è la celebrazione della vita e l'occasione per rinsaldare i legami con famigliari e amici.

Per i giainisti rappresenta inoltre l'inizio dell'anno. La foto l' ho scattata poco fa da casa, si può intuire l'atmosfera ma non il casino di urla e mortaretti per strada!! E' appena scattata una rissa!! Un saluto a tutti.
enrico"

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Etnografia digitale: un tempo era un ossimoro


Mike Walsh è un professore che insegna Etnografia e Antropologia alla Kansas State University. Di recente insieme ai suoi studenti ha creato un gruppo di lavoro chiamato "Digital Ethnography", per esplorare e aumentare le potenzialità dell'etnografia digitale e in genere descrivere la nuova frontiera del web 2.0 e del social network. Ne è uscito un lavoro molto originale, che ha letteralmente sbancato i clic sul web.

Il video, dall'ormai famoso nome "A Vision Of Students Today", è stato realizzato facendo brainstorming con gli studenti. Ne è uscito qualcosa di indefinitamente vero, che calza la realtà in modo sorprendente.

Di seguito il video.





Per chi volesse poi leggere il testo (inglese) su carta, può cliccare qui (testo tratto dal blog Digital Etnography).

Per vedere il video nel suo contesto originale e capire a fondo il progetto puoi andare sul blog del gruppo Digital Etnography
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