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Diego Roma Filed Under:

"Dieci", di Andrej Longo

Le tavole sacre viste da Napoli

"Io Panzarotto e Roléx.
Assettati 'ngopp' a 'stu muretto senza fa niente.
Senza tené voglia 'e niente.
Senza aspettà a nisciuno.
E senza nisciuno ca t'aspetta".


Ecco l'essenza di "Dieci", un piccolo libro di racconti su Napoli scritto da Andrej Longo. Chiudere la copertina di questo libricino edito da Adelphi, è come serrare la persiana di una finestra dopo aver spiato da dietro le imposte di un vicolo napoletano, o chiudere e buttare definitivamente al cesso le tavole sacre a cui si ispira. Dieci storie, appunto, per dieci comandamenti che vengono depennati inesorabilmente, uno ad uno, con lo scorrere delle pagine, simili alla lista di una spesa impossibile a farsi.

Lontana l'idea del sacro, ma non la ritualità dei gesti, delle relazioni, delle parole, una ritualità che si ripete sempre uguale, fine a se stessa e svuotata di ogni intento comunicativo. Tutti i personaggi del micorcosmo di Longhi sono irrimediabilmente impantanati in una vita 'malamente', violata e violenta, scandita, appunto, di riti assurdi.

Napoli non si vede mai, ma si sente. Si sentono le giornate livide incastonate tra i palazzoni, i tramonti troppo brevi, le strade che rigurgitano automobili, gli scugnizzi che fanno i pavoni lungo Corso Ggaribaldi.

Ogni racconto è una vita rigorosamente narrata in prima persona. Sono frammenti ma poco importa, quella vita scorre uguale tutti i giorni: il personaggio non cerca il cambiamento e il suo autore non gliene offre. Tutto resta conficcato nei monologhi e nei dialoghi secchi, resi in un dialetto che scorre come una canzone: il dolore le illusioni le pose. Ma di fondo la violenza come passepartout.

Il destino appare incastrato in quei dieci comandamenti impossibili da rispettare, anacronistici, di sicuro dettati da un dio che, pure se tutto vede e tutto sente, probabilmente non conosce Napoli.

Un libro duro e leggero a un tempo, "Dieci": un libro napoletano.

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