Il singolo che da il nome al nuovo disco di Arcade Fire è diventato un video, realizzato dal regista Spike Jonze. The Suburbs si trasforma in un video choc, che racconta la violenza, la barbarie, il controllo poliziesco delle periferie, viste con gli occhi di giovanissimi ragazzi in bicicletta.
Come sempre Arcade Fire non tralasciano il loro messaggio sociale. Un grande clip per una grande canzone. Notare il Cameo, Win e Regina (due membri della band) travestiti da poliziotti. Dei veri bastardi!!
Nuove orchestrine crescono. Da Arcade Fire a Bowerbirds, dal Regno Unito folk alternativo in arrivo Sono inglesi ma il folk lo suonano guardando alle varietà Usa. Un collettivo formato da sei membri di base (BENEDICT RUBINSTEIN - Guitar, Banjo, Mandolin, Vocals. DANIEL MATTHEWS - Guitar, Banjo, Accordion, Piano, BECCA MEARS - Cello EMMA KRAEMER - Violin, Vocals MARCUS HAMBLETT - Double bass, Vocals FELIX WELDON - Drums EMMA GATRILL - Accordion, Vocals) e supportato da altri musicisti (Lizzie Ogle - Violin, Olly Joyce - Drums, Harry Carter Owen - Drums, Cathy Cardin - Vocals). Una barca di gente, un'orda di suoni bucolici e melodiosi.
I Carved Your Name Into The Ground
L'approccio è quello alla Bowerbirds, ma a tratti più scatenato e basta guardare l'entusiasmo loro e dei loro fans su Facebook per capire che sta nascendo un altro gruppo genuino e talentuoso in quell'Inghilterra che recentemente non sta cacciando grossi talenti. Il disco è prodotto dalla etichetta indipendente Broken Sound Music, è il loro primo ep New Moore Island, che presenteranno il prossimo 11 novembre al The Luminaire di Londra. Tutto pronto insomma per questo combo di giovanissimi musicisti che spaziano dagli Arcade Fire agli Iron & Wine, fai Bowerdbirds a Bonnie Prince Billy. Seguiteli con attenzione.
Tomek Mirt, musicista e graphic designer, suona con Brasil and the Gallowbrothers Band (ex One Inch Of Shadow) e da solo. Elettronica analogica, atmosfere stranianti buone per paesaggi da nouvelle vague, per sperimentalismi sonori ma anche visivi, votati ad un'introspezione spietata. Strumenti classici come tromba e chitarra vengono registrate sul campo, su nastro analogico. Mirt è di origine polacca, conta cinque album da solista: Rain in City of Myrrh and Forget-Me-Not (2001 Cat|Sun), Journey through the city or six strange signs in Molnars diary - (2002 Cat|Sun/Foxy Digitalis), Most (CDR 2003 Malachit, LP 2009 Cat|Sun/Nefryt), Oh! You are so naive! (2006 MonotypeRec.), Handmade Man (2010 Cat|Sun) and one with T. Gadomski - Si Si (2008 MonotypeRec.).
Perché tutto finisca nell'enorme pancia di una balena gialla c'è bisogno che il mondo sia una fantasmagoria, che prendano forma i fantasmi buffi e grotteschi ma anche inquietanti e reali, della propria mente. C'è bisogno, forse, anche essere un po' burattini, un po' Pinocchi costretti nel mondo della fantasia, dove sognare e illudersi può essere a un tempo la via d'uscita e una trappola ingannevole.
Clod e Sofia, in arte Iori's Eyes, sono intrisi di questo mondo fantasmagorico e fragile. Loro, nati dalla pancia dalla grande balena che è la città di Milano, cresciuti nella grande bugia della metropoli con in testa l'unica verità della musica, raccontano con una immaginazione fervida sogni, incubi e suoni del nostro tempo. Le loro storie hanno trame da fumetto sbilenco e noir, le melodie la forma dello schizzo contemporaneo tutto istinto, colore e sentimento. Sanno crare un immaginario, Clod e Sofia, giovani musicisti finiti sotto l'egida di Federico Dragogna dei Ministri, che di quella "cricca" di Milano che sta dando nuovo impulso alla musica indipendente italiana è il più autorevole esponente.
Già da noi al seguito del duo balearic pop JJ, Iori's Eyes tornano a Terracina il 25 novembre prossimo all'Alter Ego. La fuga in avanti la tentano strizzando l'occhio all'elettronica e alla dance di Matter of Time, nuovo singolo che accantona per un attimo ballate fragili e calde per lasciare spazio ad altre reminiscenze, ai falsetti eighties, giri più elementari e ugualmente sognanti.
Scrivono di ogni cosa gli Iori's Eyes, delle giornate da flaneurs trascorse tra la stazione centrale e i quartieri periferici, dei paesaggi a volte ostili della città che necessitano di essere trasformati in qualcosa di bello e struggente, della decadenza di stili di vita e costumi che finiscono per essere l'argomento poetico per eccellenza. Dopo un tour che li ha portati nel Regno unito, tornano a girare l'Italia con Saphary Deluxe, booking sceltissimo e attento alle evoluzioni dell'indie, con al seguito un nuovo batterista che annuncia anche cambiamenti nello stile. Delicatissimo il loro primo Ep, And Everything Fits In The Yellow Whale, apprezzato all'unanimità da pubblico e critica.
Un live fitto di emozioni, sicuramente da rivedere per chi ha già avuto il piacere, da non farsi scappare per coloro che sono ancora in mare, naufraghi in attesa di essere inghiottiti da una bellissima balena gialla.
Solo freschezza dall'Oceania che non smette di sfornare talenti
Dall'Australia terra nuovissima e ancora inesplorata nasce il nuovo della musica indie. Continente di sperimentalismi in chiave pop, messi a segno da giovanissimi per nulla intimoriti dal fiume di dischi che ormai invade il pianeta. Anzi. Dopo l'exploit di Oh Mercy, tra i dischi dell'anno da queste parti, e dei progetti variopinti di Angus Stone (con sorella Julia o senza), ecco un altro gruppo che al suo ep di esordio ti fa dire: sì, stupirsi è possibile.
Boy & Bear sono un quartetto (l'incrocio è fatto, di generi senz'altro) che ha dato vita al momento ad un mini-disco che contiene appena quattro pezzi, fatti di un folk danzante, sincopato, elettro-acustico, pieno di colori e con la voce di Dave Hosking già matura, sicura, che ricorda le nostalgie del nostro Elvis Perkins, rimandano a Fleet Foxes, Iron&Wine, I grizzly Bear (per restare in tema).
Melodie pure, sinuose, chitarre che da acustiche diventano presto assoli elettrici, ritmi imprevedibili, un approccio orchestrale fatto di coretti che lascia col fiato sospeso. Con The Storm si parte con un cantato leggero, solo chitarra, ma poi, uno ad uno spuntano fuori elementi, fino alla cavalcata, con voci, ritornello a sei corde, e non si capisce bene se quell'amalgama di sottofondo siano violini o semplice armonia cosmica. Blood To Gold, blueseggiante, frenetica, tarantellante spedita verso le contorsioni melodiche del folk. E via così, tra esperienze più lente e studiate e altre più immediate, With Emperor Antartica (l'orso, appunto, padrone indiscusso dei poli) fa il suo lavoro egregiamente. Rapisce. E la musica serve a questo.
La band parigino-newyorkese in concerto il 21 ottobre al pub Alter Ego (Terracina, Lt).
Quentin Tarantino li trasformerebbe subito in una di quelle garage band da infilare in un vecchio pub, poco prima di una scena “madre”. Con quel gusto “vecchia maniera” per un blues lo-fi, dalle chitarre ruggenti e sgangherate, piene di presagi.
Loro si chiamano Paror Snakes, combo parigino-newyorkese dedito al blues-...garage –rockabilly. Colpisce l’erotismo sonoro (e non solo) della vocalist Eugénie Alquezar, accompagnata dalla chitarra di Peter K, dal basso dell’altra bellissima Sue Shea e la batteria di Alex Mazarguil. Attitudine “cool”, look retrò, aggressività punk (vi piacciono i Gossip?), Parlor Snakes saranno a Terracina per uno show sensuale ed esplosivo. Il loro nome è tratto da una novella di F. Scott Fitzgerald… garçons, aller…
Youth Hunting... nome quanto mai azzeccato di una band di Los Angeles che su Myspace ha 300 amici, nessun album all'attivo, qualche pezzo pubblicato sul bandcamp e poco altro. Nome, il loro, che peraltro richiama un pezzo cult della tradizione folk scozzese, quella Young Hunting che un professore inglese collezionò insieme ad altre ballate, nello specifico la stessa che poi Nick Cave rivisitò sotto il titolo Henry Lee nelle sue Murder Ballads.
Le citazioni non mancano, insomma, per essere un nome di due parole. Ma a farla da padrona per questa giovane band losangelina è, naturalmente, la musica. Dream Pop etereo e trasognato, voci corali che ricordano certo soul dei '60, arpeggi che rimandano ai Vetiver, giri armoniosi semplici e poppeggianti, che restano impressi al primo ascolto. Sonata, Ornament, Into Yr Mind, Red Rose, sono piccole fantasie variegate, piene di strumenti e di phatos, cantate con enfasi e trasporto, che non disdegnano la lentezza e la poesia, forse un po' dark.
Onnipresente la chitarra, che suona leggera ma rigorosamente lo-fi. La band dimostra carattere e originalità. Ora gira il loro Ep, chiamato 7'', ma presto potremmo aspettarci un album tutt'altro che trascurabile. Teniamoli d'occhio.
Jessica Davies e Katherine Blamire sono le fate fumanti, Smoke Fairies. Bellissime, eleganti, sensuali, alla chitarra mostrano di non temere il dominio maschile di mostri sacri dell'alt country come Calexico o giù di lì. Pronto, anzi, per settembre il loro primo album Through Low Light and Trees, prodotto per i tipi della Rough Trade.
Certo il folk nelle mani di due stangone è tutta un'altra cosa. Ma non è questo. Le fate fumanti hanno una loro visione, mostrano di saper comporre canzoni senza essere il riflesso di qualcuno. Siamo alle latitudini a stelle e strisce ma loro, Jessica e Catherine, sono inglesi. Di lì, la vena dark, notturna, piuttosto umida e metropolitana che secca e desertica.
Ma attenzione. Smoke Fairies hanno realizzato canzoni da ricordare: lucide, epiche, sonanti come stivali con grossi speroni. Attendiamo il loro lavoro, ma già sappiamo che faranno discutere.
La tradizione ungherese rivisitata dall'indie americano. In Tour per presentare il nuovo album Dèlivrance, i beniamini di Portishead e Wilco.
Musiche balcaniche, sonorità europee, folk americano. Nella cornice del centro storico di Terracina, l'orchestrina AHAAH celebrerà la tradizione ungherese presentando il nuovo disco Délivrance, registrato interamente a Budapest.
Scelti da Portishead per aprire il tour nel 2008, sodali di Wilco e Andrew Bird, Jeremy Barnes e Heather Trost (entrambi polistrumentisti, cantanti e percussionisti), concepiscono la musica come un viaggio continuo. Oltre ad aver suonato con il giovane talento Beirut, sulla loro strada la coppia ha incontrato i musicisti e le tradizioni più disparate.
Sul palco naturale di Piazza Municipio saranno in quattro (metà americani, metà ungheresi) che con trombe, fisarmoniche, violini e percussioni attraverseranno le tradizioni popolari dell'est Europa, buttando un occhio anche all'ovest. Da non perdere.