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Mason Porter, un incontro casuale in un saloon della Pennsylvania

Diego Roma Filed Under:
Joe d'Amico e compagni e il loro amore per le radici, a colpi di slide guitar e ballate blues


Torni indietro nel tempo e nello spazio, entri in un saloon e trovi a suonare i Mason Porter,un gruppo di amici della Pennsylvania che propongono le radici, quelle più genuine, del bluegrass americano. Comprensibile che chi legga resti sempre disorientato da queste proposte musicali tendenti alla tradizione americana. Ma i Mason Porter mi hanno semplicemente aggiunto come loro amici sul mio Myspace, e dunque mi hanno incuriosito e non a torto.

Muniti di chitarra, mandolino, contrabbasso e qualche percussione, rivitalizzano il folk-roots con una buona dose di ironia e la predilizione per il live. Non a caso le canzoni disponibili su Myspace sono quasi tutti estratti di concerti, e quando non lo sono lo sembrano, tutte registrate al MilkBoy Coffee in Ardmore, PA. In un saloon, appunto.

Quattro giovani americani capitanati da Joe d'Amico (questi cognomi italiani ricorrono e vorranno pur dire qualcosa), un cantante strumentista che porta avanti anche progetti solisti e che, in contrasto con l'atmosfera traditional delle musiche, possiede un sito personale molto raffinato, su cui sono disponibili le sue ballate semplici e malinconiche ma anche di quel grezzo suonare la propria storia senza troppi complimenti. Quindi navigate nel sito tra le mongolfiere che salgono e scendono dallo schermo mentre chitarre, mandolini e la voce di Joe fanno da sottofondo. E' una musica di compagnia che in questi giorni di festa si può anche mettere a volume basso mentre si discute con parenti e amici tra un torrone e un fico secco.

I Mason Porter comunque per Natale hanno regalato questo video molto divertente che vede un improbabile rissa da saloon tutta al femminile, combattuta nientemeno che a mosse di Kung Fu. In questo modo niente affatto banale ci augurano buone feste, e io le auguro ancora una volta a voi.


Ah... una curiosità: ve la ricordate Sliver, dei Nirvana? Beh, i Mason Porter rifanno anche quella. Provare per credere!



FONTI:
Myspace
Youtube
Joe d'Amico Website

Diego Roma Filed Under:

A natale... batti il diavolo!

Da New York l'ispirazione lo-fi per augurare a tutti feste da trascorrere con dignità


Nell'augurarvi un buon natale, nella migliore tradizione indie, non vi consento di sfuggire a questo sound. Dobbiamo ricordare sempre di indagare le minoranze, siano esse etniche, sociali, linguistiche o, appunto, musicali, come questi Beat The Devil che a me piacciono tanto.

Diego Roma Filed Under:

La scena musicale di Boston in tre e quattr'otto


Come ammansire pochi esigenti lettori per qualche giorno e organizzare il lavoro...

Che problema può avere uno che sceglie di scrivere un blog in cui si parla solo di musica? Nessuno, tranne il fatto di avere una lista di 60 segnalazioni da fare e solo la notte per scriverne una. Allora la soluzione sarebbe scrivere un post che ne contenga almeno un paio. E che abbiano in comune qualcosa. E allora eccole. Minimo comune multiplo: Boston.

broken river prophet Per questi Broken River Prophet mi sono sbattuto a destra e a manca e non sono riuscito a trovare quasi nulla. Il loro sito riporta stralci di recensioni su questo collettivo guidato da Adam Brilla, a cui pare partecipa chiunque abbia voglia di suonare. Niente etichetta di registrazione, i componenti aumentano se si prova a leggere troppo, le recensioni più vecchie datano 2003, ma credo che la storia sia più complessa e laboriosa. Qualche leggenda si può trovare su myspace, altro sul sito ufficiale e chi ha voglia può guardare su Band In Boston, da dove io ho estrapolato lo streaming che vi permetterà di ascoltare circa mezz'ora di pura e meravigliosa follia.

elridge rodriguez Eldridge Rodriguez, aka E.A., è il fondatore di una band chiamata The Beatings ma ora esce con un suo progetto This Conspiracy Against Us (Midriff Records, 2007). Ascolterete una serie di ballate grezze e alcoliche che cospirano contro il pop politically correct. Melodie rigorosamente lo-fi, voce matura, approccio acustico. Per gli amanti del fatto in casa. Potete trovare qualcosa qui e qui.

viva viva E ancora. Si chiamano Viva Viva, suonano melodie semplici con chitarre che a volte si perdono in arpeggi al ritmo rockeggiante della batteria, insozzano il suono di polvere e poi lo ripulscono come per magia e ti fanno perdere il senso degli spazi. Sembrano i Vetiver, poi i Sixteen Horsepower, poi non so che altro. Musica divertimento e malinconia sbarazzina, ma anche country blues ipnotico. Anche questi suonano molto lo-fi, ma hanno come dire un senso della musica semplice, all'americana, folk dolce e grezzo a un tempo: da viaggio. Qualcosa nello streaming di Band In Boston ma anche su Myspace. Di più è veramente difficile sapere. A descrivere le sensazioni sarete voi.

Così abbiamo sfiorato la scena di Boston, ma io non ho risolto con la mole di gruppi che vi vorrei far ascoltare. Chi mi aiuta? Se avete una stilografica pronta fatemi sapere che vi faccio avere un po' di musica da ascoltare. E di recensioni da scrivere. A firma vostra.


FONTI:
Band in Boston è una sorta di Web Radio in cui potete ascoltare le registrazioni in podcast. Se cliccate sul link li trovate tutti e anche di più. Le altre fonti sono quelle citate durante l'articolo. Per le foto, come fan tutti.

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The Twilight Sad. I turbamenti del giovane Ghram

Diego Roma Filed Under:

In Italia non convincono, ma abbiamo all'estero chi li sviscera per benino. Intanto i vetri della finestra tremano, ma non a buffo



La Fat Cat Records li ha beccati al volo perché hanno un suono genuino, ma non se ne dice granché bene in giro tra i siti italiani. I duri e puri dell'indie tricolore lamentano il già sentito, l'abuso di showgaze, l'imitazione pedissequa dei più illustri predecessori. Eppure eppure James Graham e compagni, in arte The Twilight Sad, qualche cosa da dire ce l'hanno. Io che ho comprato Fourteen Autumns & Fifteen Winters a occhi chiusi, dopo un discreto ascolto su Myspace, ho pensato subito che, per essere un esordio, il loro disco appare molto curato: voci, cori, fisarmoniche, elettronica e chitarre a muro portano la migliore tradizione indie di Glasgow negli altoparlanti delle nuove generazioni, quando ormai gli Arab Strap non esistono più e i Mogwai sono così maestosi da musicare le immagini del bellissimo movie dedicato A Zinédine Zidane.

Ci sono tutte le inquietudini delle malinconie scozzesi nei Twilight Sad, ma sono focalizzate in quei quattordici autunni e quindici inverni che rappresentano l'età difficile dell'adolescenza. E' questo il tema dominante del disco, e a questo a mio avviso mirano i suoni densi e vischiosi che coprono l'udito come ronzii. D'altronde basta guardare la copertina del disco per farsi un'idea.

Ma torniamo ai fatti. Il sito forse più riconosciuto di musica indie a livello internazionale, Pitchfork Media, ne parla così:

[...] La prima volta che senti i Twilight Sad, avverti subito il suono familiare. Viene in mente Aiden Moffett degli Arab Strap [...], viene in mente lo Shoegaze [...], vengono in mente gli U2 [...]
Detto questo, i Twilight Sad stanno spingendo questi elementi familiari in alcune impreviste ed emozionanti direzioni. [...]


Per parte mia questo cd, al quinto giorno di ascolto, presenta quattro musicisti freschi, giovani, genuini, incazzati e scozzesi fino all'osso, capaci di far tremare i vetri della finestra senza rilasciare solo rumore. Ma per favore ditemi la vostra. Vi giuro mi interessa, non è un abbocco...

FONTI:
Myspace
FatCatRecords
Pitchfork Media
Storia della musica
Indie For Bunnies

iLiKETRAiNS. Chi dà melodia all'apocalisse?

Diego Roma Filed Under:

Cinque ragazzi di Leeds aggiungono Godspeed you Black Emperor! alle lamentazioni di Nick Cave. Prendete un giorno di pioggia...



Prendete un giorno di pioggia dirotta e incollatelo sul layout dei vostri pensieri. Fotoshoppate il cielo a notte e montate una finestrella jpg su una stradina di paese, appena appena illuminata dai lampioni comunali. Rubate qualche palazzina da Google e mettetela qua e la. E che quelle tapparelle semichiuse esprimano bene, mi raccomando, il calore casalingo che vi sta davanti. Infine pescate nella cartella "Immagini" dei vostri ricordi e cercate quando è stata l'ultima volta che avete palpitato per una poesia.

Ecco, adesso siete pronti per ascoltare Elegies To Lessons Learnt (Beggars Banquet Records), questo disco fatto di un vorticoso e lacerante e gotico post rock per mano di cinque ragazzi di Leeds, gli iLiKETRAiNS.

Ne dovevo scrivere tempo fa, probabilmente subito dopo aver visto il concerto al Traffic di Roma, ma non ho potuto. Li stavo ascoltando. E vi basti l'incipit con cui ho aperto per conoscere non solo il panorama di casa mia come lo vedo io dopo 12 ore di computer, ma anche che quella degli iLiKETRAiNS è una musica visonaria, narrativa, che declama in modo possente di peccati, cadute, ideali disfatti, ma lo fa in un modo netto e conferendo al tutto bellissime melodie.

Si parte da un nonnulla, ipotizzando una ballata notturna cantata al modo di Nick Cave: si parte piano ma si sente l'aria carica preparata dalle chitarre, l'umore gonfio, la grancassa che quasi spazientisce, le ninne nanne che diventano presagi, fino a quando il crescendo esplode in un fragore apocalittico che dilania definitivamente la nostra attesa. E allora si aprono paesaggi, squarci, frammenti, lampi, ricordi, vere e proprie visioni post-romantiche.

Le Elegies to Lessons Learnt sono come le volevano i greci, lamentazioni funebri, cantate da una voce ruvida e giovane, elevate alla massima potenza dalla sinfonia di trombe, chitarre, tastiere, percussioni, tutto insieme a spalancare atmosfere accostabili solo ai Godspeed You Black Emperor!

La garanzia che posso dare io è il live. Disco o palcoscenico, questi bravi ragazzi di Leeds, che a vederli sembravano usciti dal college (dopo un festino, s'intende), sono musicisti veri.
E sanno quello che vogliono.

FONTI:
Myspace
Beggars Banquet Records
Concerto al traffic (di cui non ho documenti ma ho questo)
Veduta dalla finestra di casa mia (non ci sono i tombini figuriamoci i link)

Il mondo sommerso dei Tulsa

Diego Roma Filed Under:

Prodotti dalla Van The Park, il loro EP attira l'attenzione delle webzine specialistiche. Maledetta malinconia...


E' successo un po'come quando la mattina mentre fai colazione e leggi il quotidiano senti una melodia alla radio, e per raggiungere la manopola del volume ti rovesci il cappuccino addosso. Pronto per fare una cosa e invece...

I Tulsa si chiamano come una città dell'Oklahoma ma sono di Boston. Il loro nome lo hanno preso dal titolo di un libro fotografico di un certo Larry Clark (approfondite sul sito Pitchfork Media) e il loro è un EP, un mini-album di poco più di mezz'ora. Eppure queste sette canzoni mi hanno strappato subito un appunto a penna, mi hanno richiamato alla mente certi pezzi dei primi R.E.M. (Murmur e Green) o dei Guided By Voices più morbidi. Riverberi, voci lontane, stratificazioni di chitarre, un rock grezzo ma velato di malinconia e cantato con melodie semplici e coinvolgenti.

La band esce per la Park the Van, una piccola e ammirevole etichetta indipendente con all'attivo gruppi molto interessanti che vi consiglio di andare a spulciare.

Quanto ai Tulsa, non dico che dobbiate strapparvi i capelli al primo ascolto, ma soffermatevi un paio di volte su queste poche canzoni del loro I Was Submerged e vedrete che Erik Wormword e Carter Tanton, riusciranno a strappare un appunto a penna anche a voi. Magari sul bordo pagina del vostro quotidiano, la mattina a colazione, quando di solito si ascolta distrattamente la radio.

... e occhio a non farvi rovesciare il cappuccino addosso.

FONTI:
Pitchfork Media
RCRD LBL
Myspace
Park the Van

The Devil Makes Three

Diego Roma Filed Under:

Ironia, spaesamento e tradizione americana. Quando il diavolo ci mette lo zampino...




E'passata una settimana esatta dall'ultimo post. Un po' troppo è vero, ma più che cacciare il nuovo a tutti i costi, è bella l'indagine. E l'indagine richiede tempo.

Un'altra passeggiata in terra d'America, ancora una volta per attraversare le infinite sfumature del folk a stelle e strisce. Se vi ricordate ci eravamo lasciati nel Texsas delle melodie vellutate di Ola Podrida. Ora prendiamo il nostro fagotto e migriamo verso territori più aspri, per inseguire le avventure di un trio chiamato "The Devil Makes Three".

Il nome del gruppo, che in italiano dovrebbe corrispondere a un conteggio in cui "il terzo è il diavolo", o in altre parole che "siamo io, te, e con il diavolo siamo tre", si riferisce al trio composto da Pete Bernhard (chitarra), Lucia Turino (contrabasso) e Cooper McBean (benjo et al.).


E' ancora una volta musica fotografica, di spostamento, di migrazione continua in cerca della terra promessa. E forse non è un caso che proprio il mese scorso, a ri-produrre il loro primo lavoro uscito nel 2002 sia stata la Milan Records, che tra l'altro si occupa di produzione di colonne sonore.

La biografia di "The Devil Makes Three" sta in mezzo tra la storia e la leggenda, li vede spostarsi dal Canada verso una fattoria che alleva marmotte nel Vermont, e di lì ancora in giro a suonare fino a quando nel 2002 producono il primo album e finiscono nientemeno che in Scandinavia, la seconda patria del folk americano. Il richiamo della terra d'origine però li fa spostare ancora, questa volta in California, dove tuttora vivono, a loro dire, in una grotta.

Quel che è certo è che l'itinerario tracciato dalla musica di The Devil Makes Three, è fedelmente un viaggio e un incrocio di generi, un amalgama di bluegrass, folk, country e ragtime che scavalca i confini federali per disperdersi in mille sfumature realizzate con i poveri mezzi della tradizione americana, dove c'è posto per stumenti a corda, certo, ma non per la batteria, che viene di volta in volta rimpiazzata da schiaffi alla chitarra alla Howe Gelb, slap di contrabbasso, frenetici arpeggi di banjo e approccio punk alla Slim Cessna's Auto Club.

Modernissimi, se non avanguardistici, sono invece l'ironia, l'umorismo, il carattere genuino e mai scontato di questo trio, che affianca canzoni di protesta a racconti popolari, con una energia vigorosa e un approccio rigorosamente acustico.

Il suono è pieno nonostante i pochi mezzi, le melodie sono forbite nonostante la semplicità di ascolto, e soprattutto con i "The Devil Makes Three" si viaggia alla grande, macchina cavallo o treno merci, possiamo aspettarci di trovarli in giro a suonare il loro bluegrass senza troppi complimenti. L'invito è come sempre quello di lasciarsi andare alle coreografie suggerite da questa ulteriore variazione della infinita confusione di sonorità che ci regala la più che mai contraddittoria terra d'America
.


FONTI:
Myspace
Sito Ufficiale
Milan Records

Alla conquista delle isole Koop

Diego Roma Filed Under:

Viaggio nell'arcipelago di Magnus Zingmark e Oscar Simonsson, tra jazz, swing, elettro-pop e ritmi esotici.




Il mio amico si è voltato e mi ha fatto il sorrisetto, che voleva dire più o meno: "a questo punto scatta la birretta". Sì perché al Circolo la birra non è un granché, e l'acquisto dipende dalla performance di chi suona. E quel sorrisetto voleva dire, appunto, che la performance era ottima.

I Koop sono gli svedesi Magnus Zingmark e Oscar Simonsson. Sono in giro per l'Europa a presentare il loro ultimo lavoro, "Koop Islands" (Diesel Music/Playground), un vero e proprio viaggio spazio/temporale nella geografia sonora, proprio come i loro antenati scandinavi facevano con le terre emerse.

Sul palco però abbiamo trovato ben sette musicisti, tra percussioni, tromba, contrabbasso, batteria e campionatori. E su tutti spiccava la presenza di Hilde Louise Asbjornsen, sensualissima songwriter norvegese che accompagna i Koop in tournée. Per dare un'idea dell'aria che tirava: la Asbjornsen è uscita dal palco per tre volte, rientrando ogni volta con un vestito diverso. Che volete, è la "dimensione live".

Divagazioni a parte, abbiamo ascoltato una musica piacevolissima e raffinata, che si arrischia di far convivere tradizione e modernità. Alla base c'è il jazz, con richiami anche a mostri sacri come Chet Baker e Charlie Parker, che però evolve in libere interpretazioni e si arricchisce delle influenze da orchestra swing degli anni '30 e '40.

Ma quella dei Koop è anche un'esplorazione geo-sonora che va da Nord a Sud e viceversa. Sotto la linea dell'equatore il duo svedese scova ritmi afro-tribali e influssi esotici, come la Rumba caraibica e le musiche giamaicane. Nelle bianche distese del Nord Europa invece registrano, danno luogo alla performance elettronica, al campionamento, alla manipolazione. In una parola restituiscono in chiave contemporanea, in chiave Koop, tutto il materiale conquistato. Il giornalista svedese Andres Lokko a tal proposito scrive: "Se ascoltate con attenzione, potete sentire addirittura il bus numero 4 passare fuori, sulla strada innevata".

"Koop Islands" è anche un arcipelago di musicisti: oltre alla citata Hilde Louise Asbjornsen, troviamo la folksinger norvegese Ane Brun, Yukimi Nagano, ed Earl Zinger. Tutti percorsi paralleli a vostra libera percorrenza.


FONTI:
Myspace
Diesel Music
Circolo degli Artisti

Il folk nostalgico di Ola Podrida

Diego Roma Filed Under:

Un album di debutto che mozza il fiato, come le grandi pianure americane.




Ola Podrida è la creatura musicale che ascolto incessantemente da cinque giorni, che mi sta lasciando incantato davanti alle casse dello stereo, che mi impedisce di lavorare, che se non la condivido mi scoppia in petto.

Notizie? Un album di debutto (omonimo) uscito ad aprile del 2007 con la Plug Research, registrato per metà in Europa e per metà negli U.S.A. Il Texano David Wingo è il suo fondatore, conosciuto, perloppiù dalle sue parti, per aver musicato due film di basso profilo. Questo è quanto.

Ma vi prego lasciatevi catturare per mezz'ora da queste canzoni di una spietata nostalgia, e vi assicuro che vi sembreranno gli arpeggi della vostra vita.

Folk allo stato puro, leggero, composto, morbido come un filo d'erba, ampio e aperto come un'inquadratura cinematografica che scorre sulle pianure americane. Non una sbavatura, non un tentennamento, non si esce da quella visione piena e completa fatta di colori tenui e melodie definitive.

Ci sono canzoni come "Jordanna" in cui le chitarre raggiungono un esotismo cristallino senza infrangere l'incanto folk, oppure il caso unico di "Cindy" che da un arpeggio struggente si carica lentamente per crescere e raggiungere un climax quasi fossero i Bedhead. O ancora l'alternative country di "Lost & Found", in piena regola.

A quanto pare ora David Wingo, deus ex machina di questa creatura, che passa dalla chitarra al piano alla voce, ha fatto degli Ola Podrida un vero gruppo, reclutando anche Andrew Kenny, membro degli American Analog Set.

Se dovessi fare dei riferimenti noti direi Nick Drake, Iron & Wine, Micah P. Hinson (e gli ultimi due non a caso sono di formazione texana). Ma sarebbe riduttivo, perché Ola Podrida (che in lingua ispanica sta per "casseruola di frutta marcia") è un prodotto fresco e originale che vi lascerà d'incanto.

FONTI:
Myspace
Plug Research
SXWX
GorillavxBear

Diego Roma Filed Under:

"Dieci", di Andrej Longo

Le tavole sacre viste da Napoli

"Io Panzarotto e Roléx.
Assettati 'ngopp' a 'stu muretto senza fa niente.
Senza tené voglia 'e niente.
Senza aspettà a nisciuno.
E senza nisciuno ca t'aspetta".


Ecco l'essenza di "Dieci", un piccolo libro di racconti su Napoli scritto da Andrej Longo. Chiudere la copertina di questo libricino edito da Adelphi, è come serrare la persiana di una finestra dopo aver spiato da dietro le imposte di un vicolo napoletano, o chiudere e buttare definitivamente al cesso le tavole sacre a cui si ispira. Dieci storie, appunto, per dieci comandamenti che vengono depennati inesorabilmente, uno ad uno, con lo scorrere delle pagine, simili alla lista di una spesa impossibile a farsi.

Lontana l'idea del sacro, ma non la ritualità dei gesti, delle relazioni, delle parole, una ritualità che si ripete sempre uguale, fine a se stessa e svuotata di ogni intento comunicativo. Tutti i personaggi del micorcosmo di Longhi sono irrimediabilmente impantanati in una vita 'malamente', violata e violenta, scandita, appunto, di riti assurdi.

Napoli non si vede mai, ma si sente. Si sentono le giornate livide incastonate tra i palazzoni, i tramonti troppo brevi, le strade che rigurgitano automobili, gli scugnizzi che fanno i pavoni lungo Corso Ggaribaldi.

Ogni racconto è una vita rigorosamente narrata in prima persona. Sono frammenti ma poco importa, quella vita scorre uguale tutti i giorni: il personaggio non cerca il cambiamento e il suo autore non gliene offre. Tutto resta conficcato nei monologhi e nei dialoghi secchi, resi in un dialetto che scorre come una canzone: il dolore le illusioni le pose. Ma di fondo la violenza come passepartout.

Il destino appare incastrato in quei dieci comandamenti impossibili da rispettare, anacronistici, di sicuro dettati da un dio che, pure se tutto vede e tutto sente, probabilmente non conosce Napoli.

Un libro duro e leggero a un tempo, "Dieci": un libro napoletano.

Diego Roma Filed Under:

Okkervil River, Circolo degli Artisti


Sabato ho visto gli Okkervil River al Circolo degli Artisti. Che dire? Che c'era un boato di gente rispetto a due anni fa (stesso posto), che come al solito sfiga ha voluto che mi capitasse davanti il solito rastone che ballava gongolando di qua e di là canticchiando le canzoni dell'ultimo album a memoria (con me dietro che bestemmiavo), che ci siamo anche goduti qualche minuto di unplugged grezzo causa temporanei guasti all'impianto elettrico.

Al di là di questo gli Okkervil sono un gruppo che è maturato sui palcoscenici, capace di rockeggiare una tradizione americana in mezzo tra il romantico e il punk, con chitarre trombe fisarmoniche mandolini a volontà.

Ci si doveva essere, ma per chi non c'era un assaggio è qui.
Foto: www.jagjaguwar.com


Hazmat Modine, radici senza confini

Diego Roma Filed Under:

Credetemi, Hazmat Modine è una band da tenere nello scaffale dei dischi, perché si presenta come qualcosa in più rispetto a un semplice prodotto discografico. Otto musicisti ebrei di New York, guidati dal leader Wade Schuman, capaci di dare vita ad un baccanale sonoro in cui è difficile stabilire confini, frontiere, generi e tradizioni.

Tutto è presente, tutto è possibile in "Bahamut" (Barbès Records): c'è chi ci sente il blues delle origini, lo swing americano degli anni '30, il calypso caraibico, la musica balcanica, il country.
Io ad esempio ci sento anche il Tom Waits di "Rain Dogs".

Una componente importante di "Bahamut" è il Klezmer, la musica ebraica delle comunità chassidiche suonata in occasione dei matrimoni, dei funerali e delle feste familiari nell'Europa dell'Est, in Polonia e in Russia. La forza di questa musica risiede proprio nelle sue radici popolari, di popoli spesso in cerca di identità, che trovavano nei canti e nelle melodie la forma espressiva alle tribolazioni e alle gioie. Grande ironia, comunque, nelle esecuzioni, grande maestria e controllo dello strumento, ma anche dell'emozione. Un vero evento discografico.

Ma ora basta, è ora di suonare.




FONTI:
Myspace
Sito ufficiale

Per una ricerca più accurata di alcuni generi citati vedi:

- Calypso
- Klezmer


Diego Roma Filed Under:

Messaggi in codice



Eletto come miglior commento sul Blog di Beppe Grillo...



Diego Roma Filed Under:

Burial, musica a suon di negazioni (elettroniche)


La segnalzione odierna ci viene dalla Hyperdub, ermetica e ombrosa etichetta discografica che sul web ha il coraggio di presentarsi con i link contati. Burial è il nome del musicista, in realtà totalmente avvolto nell'anonimato per conservare, dichiara, la musica pura, senza volto, che risponde solo a se stessa. Untrue è il titolo dell'album, altro elemento in negativo, un "falso".

E infatti tutto si confonde in questo lavoro che si direbbe dub, come concezione di fondo, ma che è anche tante altre cose e dunque non è nulla. Un omaggio al garage britannico, scrive il sito Pitchfork Media, un album registrato con calma nelle stanze di casa che diventa una pura magia elettronica.

Sulla Rete bisogna girare a destra e manca per ascoltare qualcosa, e ogni volta ti si accavallano le idee: B&Bhousemusicgaragejunglehardcore?... Untrue!

FONTI:
Per ascoltare:
Bleep
Myspace (Burial)

Myspace (Varie)

Per leggere
Pitchfork Media (in inglese)
OndaRock
Hyperdub

Abbiamo altre nuove... ci risentiamo nei prossimi post...

Diego Roma Filed Under:

Agghiastru



In dialetto siciliano vuol dire "olivo selvatico", il che è come dire ben piantato a terra, isolato anche se immerso in sterminati uliveti, nodoso, e dai frutti acidi, se non vengono lavorati da mani esperte. Si può ben dire che sia un albero schivo.

Così pure il musicista, che nel desolato panorama musicale italiano è, appunto, un "agghiastru" ben piantato, isolato, in mezzo a tante piante di finocchio, insignificanti.

Incantu è il titolo del nuovo lavoro. Sonorità ricercate, tanti strumenti, affinità elettive con le ultime malinconie di Nick Cave, qualche pezzo a passo di tango, cavalcate indiavolate e rumorose, atmosfere scure ma non notturne: piuttosto appaiono dei negativi di paesaggi campestri.

La dissonanza si sente, eccome: interviene dove serve l'elettronica, soffusa, ma prevale il gusto folk, malinconie in minore, e si sente la taranta, spenta, smorzata, sedata, ma si sente.
Questo è il sito.

Buon ascolto a tutti!

Diego Roma Filed Under:


Festa induista... in terra fascista

















A Borgo Hermada, piccolo borgo di epoca fascista del Lazio (Provincia Latina) oggi è festa grande. Ma non si festeggiano ricorrenze di celebrazione del ventennio, no. Oggi a Borgo Hermada si festeggia il Diwali, una festa induista. I Borghi sono all'avanguardia, ne siamo sempre più convinti.

La numerosa comunità indiana e banglasese che abita a Borgo Hermada, e che sola ormai conserva la vocazione agricola dell'Agro Pontino, tra centinaia di candele e un'euforia fuori dal comune vive la "festa delle luci".

Riceviamo da un amico e volentieri pubblichiamo.

"Oggi nel nostro quartiere si festeggia il Diwali, chiamata anche Dipavali, è una delle più importanti feste
induiste. Simboleggia la vittoria del bene sul male ed è chiamata "festa delle luci", durante la festa si usa infatti accendere delle luci (candele o lampade tradizionali chiamate diya).

I festeggiamenti per Diwali si protraggono per cinque giorni nel
mese indù di ashwayuja che solitamente cade tra ottobre e novembre, per induisti, giainisti e sikh è la celebrazione della vita e l'occasione per rinsaldare i legami con famigliari e amici.

Per i giainisti rappresenta inoltre l'inizio dell'anno. La foto l' ho scattata poco fa da casa, si può intuire l'atmosfera ma non il casino di urla e mortaretti per strada!! E' appena scattata una rissa!! Un saluto a tutti.
enrico"

Diego Roma Filed Under:

Etnografia digitale: un tempo era un ossimoro


Mike Walsh è un professore che insegna Etnografia e Antropologia alla Kansas State University. Di recente insieme ai suoi studenti ha creato un gruppo di lavoro chiamato "Digital Ethnography", per esplorare e aumentare le potenzialità dell'etnografia digitale e in genere descrivere la nuova frontiera del web 2.0 e del social network. Ne è uscito un lavoro molto originale, che ha letteralmente sbancato i clic sul web.

Il video, dall'ormai famoso nome "A Vision Of Students Today", è stato realizzato facendo brainstorming con gli studenti. Ne è uscito qualcosa di indefinitamente vero, che calza la realtà in modo sorprendente.

Di seguito il video.





Per chi volesse poi leggere il testo (inglese) su carta, può cliccare qui (testo tratto dal blog Digital Etnography).

Per vedere il video nel suo contesto originale e capire a fondo il progetto puoi andare sul blog del gruppo Digital Etnography
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Diego Roma Filed Under:

A tempo perso...


bansky

...e non avendo molto da dire, sotto questo sole tiepido che solo a Terracina può esistere, mentre la gatta dorme nella confortevole custodia per chitarre e voi direte "stica".... una piccola rassegna di musica, senza pretese, come esca per farvi navigare su questo quasiblog.


Grizzly Bear

Sigur Ros

Chromatics

Black Kids

Les Savy Fav

Kanye West


Diego Roma Filed Under:

Un pò di pulizia nelle strade


bansky
Vogliamo per forza sviscerarla tutta la storia del rumeno che ha ammazzato la signora di Roma? La Tv ci sta pappando a mascelle doppie sull'emotività di noialtri che proviamo pietà e orrore per quanto accaduto a Tor di Quinto. Andare fino in fondo. Gli inviati di Repubblica stamane scrivevano da Bucarest. Sono andati a sentire i connazionali del 24enne assassino alla ribalta delle cronache nostrane. Tutti laggiù lo sapevano che era uno squilibrato: lo dicevano da quelle parti che sarebbe finito male; aveva avuto già la sorella massacrata dal marito.

In Italia però non stiamo più nella pelle. Dobbiamo muoverci. Intanto possiamo dire la nostra: abbiamo avuto per pochi giorni due forum online, in cui si apre lo spiraglio del dialogo per circa due giorni.
Possiamo anche fare qualcosa: come mettere una bombetta in quel di Monterotondo sotto un negozio gestito da rumeni e lasciare il cortese messaggio "Ve bucamo la testa". Mi sembra un approccio civile. Come dire: tu sei tu, ma non hai capito chi sono io.

Francesco Viviano di Repubblica è andato nel villaggio di Nicolai Maliat per sapere che tipo era. Noi che la Romania la conosciamo solo per le bimbe che ospitiamo sulla Cristoforo Colombo, per le rapine in villa e poco altro...

Intanto a Perugia, Italia, una ragazza inglese viene sgozzata da ignoti. Movente misterioso. Tutto ancora da ricostruire. Si, come no, infatti Repubblica, su carta stampata, stamattina titola in virgolettato: "Violentata da più di un uomo" (Repubblica del 5/11/2007)
Verso pomeriggio però la versione online recita, in home page e sempre con il virgolettato: "nessun elemento per parlare di stupro". Ma allora al giornalista di ieri chi aveva dato la dritta per fare quel titolone virgolettato, se l'autopsia non ha ancora oggi dati certi? I medici della scientifica cambiano ogni ora come le pagine di giornale? Il vantaggio del web è che puoi rettificare.

Per il fatto di Roma si scatena il putiferio di espulsioni, si chiamano in causa le istituzioni più alte: la gente vuole risposte, vuole in pasto risposte da ruminare nei momenti di libera: ne cacciamo cento, centomila anzi: tutti a casa, e vedrete che le cose miglioreranno.

Mentre a Perugia ci si arrovella sul Monstrum nostrano. Amici, parenti, colleghi, studenti, coinquilini. Chi cacciamo dall'Italia in questi casi? Per ora nessuno. Di certo restituiamo il corpo della ragazza inglese alla sua famiglia, che non aveva mandato la figlia a Los Angeles o a Quito o a San Paolo del Brasile, ma solo nella ridente Perugia città di studenti e benestanti abitanti. Poi faremo di certo i conti a casa.

Se sono stati i rumeni, il lavoro di pulizia è già in corso. Meno male. Altrimenti chi cacciavamo? Dove li mettevamo? Cosa ne facevamo di questi figli mariti fratelli colleghi ex tiratori scelti dell'esercito studenti ragazzini vicini di casa?

Uno spera sempre che siano rumeni, almeno una risposta c'è, e non da fastidio a nessuno.


Diego Roma Filed Under:

Linguaggi del nostro tempo



Tre episodi a se stanti. Poco hanno a che fare l'uno con l'altro. Ma sul web tutto si può collegare. Bastano alcune parole chiave, o keywords, quelle che in html si chiamano tags.

In questo caso i tags ci servono per collegare tre episodi recenti, lontani per tipologia ma non per la sostanza.

immigrazione, sparo, frontiera, prevenzione, visto, polizia, fuga, ricongiungimento, errore, sicurezza.

Stabiliti i tags, veniamo ai fatti.

1) Tra sabato e domenica scorsa lungo le coste di Rocella Jonica, in Calabria, muoiono 9 immigrati, e circa venti restano dispersi a causa del naufragio di un barcone. Da quanto si legge una buona parte dei 150 immigrati coinvolti sono palestinesi, probabilmente in fuga dalla guerra. (FONTE: La Repubblica)

2) Canada. Circa 10 giorni fa Robert Dziekanski, un uomo polacco muore all'aeroporto di Vancouver dopo essere stato tramortito, ad opera di poliziotti canadesi, con un taser, una specie di pistola che dà scosse elettriche, utilizzata come strumento di prevenzione dagli addetti alla pubblica sicurezza.
Robert era giunto in Canada dalla Polonia per ricongiungersi alla madre, già da anni residente in America. Forse l'irritazione dell'uomo, dopo 10 ore di fila per svolgere le procedure per il visto di ingresso, ha spinto i poliziotti ad adottare i provvedimenti del caso. Lo hanno tramortito con il taser. Poco dopo Robert è morto. Beffa delle beffe: la madre di Robert era all'areoporto ad aspettarlo in quel momento. Ma pur avendo domandato non si riusciva a trovarlo.
E lei è tornata a casa.
A cinque ore di macchina.
Quando poi è stata ri-chiamata, è ripartita per andare a prenderlo. (FONTE: Punto Informatico)

3) Un ragazzo del napoletano nei giorni scorsi è morto in seguito allo sparo di un proiettile da parte di un carabiniere, dopo un lungo inseguimento in automobile. Il ragazzo, in compagnia di due suoi amici, non si è fermato al posto di blocco. Probabilmente guidava un'auto rubata, e forse i tre erano reduci da una rapina, come dimostrerebbero i diversi attrezzi da scasso trovati all'interno dell'automobile. Nel tentativo di fuga, a piedi, il carabinere lo avrebbe visto nel gesto di sparare. E, tragico errore, lo hanno anticipato. (FONTE: La Repubblica)

Tre episodi indipendenti, che sulle pagine di un quotidiano si troverebbero sotto rubriche diverse: "cronaca", "esteri", "immigrazione". Sul web invece tutto si collega, anche la tragedia ritrova le sue origini semantiche, riduce all'osso il suo lessico primitivo.

Dieci <tags>, o parole chiave, ricollegano in un unico linguaggio predominante le vicende di questi giorni. E restituiscono al loro spessore faccende che di solito durano un giorno, e poi si assottigliano sotto altre pagine di giornale, o sotto le pagine di altri giornali.

Gomez' The Ian Ball

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Da quello che sentiamo è da segnalare e consigliare agli amici, poi altra cosa per chi avesse familiarità con i Gomez, la band di Liverpool, allora è decisamente opportuno valutare con attenzione. Sì perché questo "Who Goes There" è un lavoro fresco fresco e ancora quasi invisibile sul web.

Il suo autore è Ian Ball, chitarrista, appunto, dei Gomez. Noi lo avvistiamo su un sito
straniero, che tra le poche informazioni ci dice l'etichetta (Dispensary, dello stesso Ball), e le partecipazioni varie, tra le quali compaiono i Blind Boys of Alabama (i più li ricordano per il lavoro con Ben Harper), Richard Thompson, e gli Ween.

Sito apposito essenziale e diretto, ma la musica, la musica, quella poca musica che si può ascoltare su
Myspace è gradevole, (pop soul si può dire?), e quindi noi lo inseriamo per i pochi pochissimi lettori di qesto quasiblog.

Fonte:
www.prefixmag.com
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Zero Comments - Il toccasana della critica al blog

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Suvvia, un po'di autocritica ogni tanto ci vuole, specie per un fenomeno invasivo come questo nostro, come quello dei blog (se ne contano 100 milioni ad oggi). In fondo è la cosa che si fa di meno, l'autocritica del blogger, perché andrebbe a cozzare contro l'Ego che questo strumento rappresenta.

Ma una critica deve essere seria, e a noi ci garba la critica espressa da un saggio per ora disponibile solo in lingua inglese, scritto da Geert Lovink: Zero Comments: blogging and Critcal Internet Culture (Routledge).

Già il titolo la dice lunga, su quei "zero comments" che si prestano a molteplici interpretazioni, dai zero commenti che troviamo su questo diario, al no comment che sono tentato di esprimere quando guardo certi altri.

Ma veniamo al punto. Lovink sostanzialmente dice: va bene tutto, soprattutto il fatto che il blog ha ridotto il distacco tra società reale e mondo virtuale; ma ora rischiamo l'appiattimento dei contenuti, sulla scia dei media tradizionali che già hanno fatto il lavoro loro in questo senso.
L'autore se la prende soprattutto con "l'impulso nichilista del blogging", la banalizzazione che deriva dall'autorefrenzialità dei blogger, che è poi una malattia del genere umano in tutti i campi del sapere. Noi ce ne accorgiamo quando vediamo in alcune homepage il contatore degli accessi in bella mostra, che a parole sue ci dice: "guarda qua quanta gente mi ha visitato, cazzone".

Secondo Geert Lovink i blog non devono essere considerati come siti di news, bensì come "canali di feedback", luoghi di confronto, iniziative partite dal basso che usano strumenti alternativi per favorire e scambiare una visione critica della realtà. Quello che stanno diventando invece, è definibile come una "tecnologia del sé" centrata sull'appovazione sociale. Parole sante.

La caccia ai feed, l'"aggiungi ai contatti", il desiderio disperato di essere visibile, di essere letto a tutti i costi, la caccia all'oro di notizie originali, inedite, solo per avere un buono share. Un blog che è un pò Rai, un pò Mediaset, un po'advertising, e un po'anche blog, appunto.

Suvvia, un po'di autocritica non guasta, in fondo vogliamo solo essere presenti, scrivere e chiacchierare. Magari possiamo cominciare, blogger e non, con il leggere questo libro. Una critica al blogger è sempre e comunque una critica alle forme che scegliamo per comunicare, e dunque riguarda la persona, oltre che lo scrittore.

FONTI

Tutte le notizie sul libro di Geert Lovink sono tratte dal sito:
Articolo del 4 ottobre 2007
Scritto da Bernardo Parrella

DDL Prodi - Levi alla prova dei fatti

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Eccoci al punto. Oggi compare sul sito dell'associazione Megachip - Democrazia nella comunicazione, di cui è Presidente il giornalista Giulietto Chiesa, un articoloscritto da Loris d'Emilio che si pone, carta alla mano, sostanzialmente le stesse domande sul DDL Prodi - Levi che qualche giorno fa ci siamo posti noi.

Domande dunque per capire come possa accadere che provvedimenti scritti nero su bianco possano poi essere così facilmente smentiti a voce o a mezzo intervista.
Staremo a vedere. Per ora un'unica, antica certezza: verba volant...
Per chi non lo sapesse, Megachip - Democrazia nella comunicazione è un'associazione che da anni è in "mobilitazione permanente sulla comunicazione". Vi invitiamo caldamente a visitare il loro sito.

Ggoal, un motore di ricerca che la pensa come me

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Gira sulla Rete un nuovo motore di ricerca. Si chiama Ggoal, noi ci siamo arrivati tramite delle segnalazioni che girano tra i bloggers. Ha una logica tutta sua. Abbiamo provato ad utilizzarlo ed è molto particolare. A quanto pare è una versione Alfa, in fase di test. Per la versione Beta ci vorrà gennaio. Converrà tenerlo d'occhio.

Facciamo un esempio. Ho inserito la parola "ambiente" e lui mi ha risposto: "ricerca non trovata". Va beh, penso: allora vado su Google e finisce la storia. Poi però in basso leggo la frase: "Se sei un utente registrato puoi aggiungere questa parola chiave in Ggoal oppure inserirla nella lista delle Ricerche Desiderate". Registrato, io? Non sono registrato e non capisco perché dovrei esserlo. Ma poi ricordo le parole di quel blogger: il Ggoal rivoluzionerà il web. Mi prende la febbre della sperimentazione, e mi loggo!

Subito il motore mi chiede cosa voglio fare. "Inserisci come nuova parola chiave?" Penso: visto che non ce l'hai, la inserisco, e ci aggiungo pure "ecosistema". Zacchete: ora mi ritrovo con le due parole collegate tra di loro, ed è un collegamento uscito dalla mia testa. Penso: se ci metto pure l'indirizzo di un sito sull'argomento ho fatto il mio dovere e me ne posso pure andare. Siccome ne conosco qualcuno, lo inserisco ed esco.

A questo punto mi accade una cosa. Provo un insolito piacere per quello che ho fatto. Può sembrare un discorso banale, ma utilizzare un motore di ricerca per dare contenuti, oltre che riceverli, mi fa sentire bene. Altrimenti come sarebbe nata Wikipedia? Condivisione, condivisione. E' il cosiddetto Web 2.0.

Volevo chiudere qui, ma alla fine continuo.
Comincio a fare richieste a Ggoal, di tutti i generi, e a volte lui mi restituisce parole chiave e link molto utili. Ma io niente, aggiungo di mio, segnalo, rovescio tutto il mio lessico nel suo archivio, copincollo siti, e ad ogni inserimento vedo che la pancia di Ggoal cresce, assorbe, diventa lo specchio delle mie conoscenze. Cazzo. Sta a vedere che qui il bello sta proprio nel dare, dare, dare: "condivido dunque sono", mi viene da dire.

Alla fine esco, ma ci resto un po' a pensare. Questo
Ggoal è come un bambino: deve crescere, e la sua formazione dipende da chi lo educa. Se i protagonisti siamo noi, Ggoal seguirà una logica umana: ci troverò la testa del mio datore di lavoro, di mia madre, del Presidente della Repubblica e anche dalla casalinga di Voghera. Milioni di teste collegate tra loro.
La fine di Google? Azzardato. Ma di certo uno strumento innovativo, in grado di affiancare, con una logica tutta sua, i protagonisti del Web.
Andatelo a guardare, vale la pena. E' già disponibile una versione Alfa, in fase di test: www.ggoal.com.
Per tutti gli altri, ci risentiamo a gennaio!
Condividete gente, condividete!

Onorevole Ricardo Franco (si) Levi...

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... ma poi chi è questo Ricardo Franco Levi? Da dove esce? Ma lui lo sa cosa succede in Rete? L'hanno informato che non è cosa sua, né della politica dei settantenni, né riguarda una leggina da approvare tra i banchi vuoti del Parlamento? Forse non ha capito, e non ha mai visto niente del genere... Buona visione.


Coglionateci tutti

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Non si capisce una mazza, come al solito.

Consiglio dei Ministri del 12 ottobre 2007, in vista di una nuova definizione di regole riguardanti il mondo editoriale. Chiunque svolga attività editoriale dovrà a breve registrarsi presso il ROC, organo dell'Autorità per le Comunicazioni che ha compito di controllo sulle pubblicazioni in questo paese.

Il disegno di legge parla chiaro già all'Art. 1:

"Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso".

Stampa, Web, informazione, formazione e intrattenimento, come da definizione, sono prodotti editoriali, dunque oggetto di nuove norme e nuove procedure di controllo. In nome del pluralismo. Se abbiamo capito bene.

Ma forse abbiamo capito male. Il padre della riforma, Ricardo Franco Levi, interpellato sull'argomento, dichiara testualmente: " Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali, non sarebbe praticabile".
Cominciamo a trovare qualche difficoltà nel definire cosa sia un blog.

Ma andiamo avanti.

L'Art.7 (Attività editoriale su internet) del disegno di legge mostra i denti:

"L’iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale su internet rileva anche ai fini dell’applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa".

Lucarelli direbbe: "paura!" Infatti, se per attività editoriale si intende ogni tipo di contenuto (compreso l'intrattenimento!), distribuito con qualsiasi mezzo, un giovane blogger, nato nell'era di internet e abituato a scrivere le sue opinioni in piena libertà sulla Rete potrebbe, in definitiva, macchiarsi di reato, perseguibile in termini di Codice Penale.

Ma vediamo se stiamo esagerando.

(Art.7 Comma 2)
"Per le attività editoriali svolte su internet dai soggetti pubblici si considera responsabile colui che ha il compito di autorizzare la pubblicazione delle informazioni".

Un blogger, dunque dovrebbe essere autorizzato da qualcuno, nel peggiore dei casi da se stesso, per pubblicare le sue opinioni o notizie. E, in alternativa, cosa fare? Risposta: trovarsi un editore. Il che significa, in soldoni, che se non puoi farti parare il culo da un editore, che difficilmente autorizzerebbe chiccessia a pubblicare opinioni personali, devi andare a casa, baracca e burattini.

Non ci si capisce una mazza. Ma se quello che abbiamo capito noi dovesse avvicinarsi a verità, invece di andare a casa, dovremmo tutti cercare un nuovo server, non italiano, per continuare a dare applicazione all'Art. 21 della nostra Costituzione.

Le Ciel est Bleu...

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Collettivo fondato nel 2000 da Frédéric Durieu, Kristine Malden e il musicista Jean Jacques Birgé, "LeCielEstBleu" realizza interfacce e applicazioni interattive. La loro opera viene comunemente definita Net Art. Noi la chiamiamo arte digitale.

Lo spettacolo multimediale è notevole, ciò dà ragione dei numerosi premi ottenuti in diverse prestigiose manifestazioni internazionali: il "Centre Pompidou" di Parigi, il festival austriaco "Ars Electronica Center", la "Cité de la Musique", il "Design Museum" di Londra. Solo per citarne alcuni.

Tra le più celebri creazioni di questi artigiani del digitale è "La Pâte à Son", prodotto che sta a metà tra un gioco sonoro e uno strumento di composizione, concepito per incoraggiare la sperimentazione musicale.

Ma le sorprese sono tante: sul sito troviamo addirittura uno Zoo in cui giocare, a colpi di mouse, con giraffe e cavalli musicali, insetti rumorosi e variegate specie animali dall'anima virtuale e il corpo in pixel.

Imbarazzo della scelta, insomma, per il quale è sufficente scaricare gratuitamente il 'plug in' Shockwave Player dal sito Macromedia. Il resto viene da sé.
Buona visione.

Se il Sig. Rossi tornasse a pedalare...

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Se anche il Sig. Rossi avesse un Comune che spende 2 milioni di euro per farlo pedalare in città.

Se anche il Sig.Rossi si trovasse al mattino intrappolato tra 300 mila biciclette.

Se anche il Sig. Rossi agli ombrelli e le automobili preferisse le giacche a vento per la pioggia.

Se anche il Sig. Rossi
fosse stato qui... cazzo, Sig. Rossi, che pedalata...

Viva la France e l'amour

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La nuova promessa del cantautorato d'Oltralpe? Ma che cazzo ne so... Comunque si fa ascoltare: lui si chiama Benjamin Biolay. Da ascoltare. Questo è il suo sito: http://www.benjaminbiolay.com/ ma andate pure su my space





E' arrivato l'autunno

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Buona domenica, ascoltatela se vi va...

Rifiuti: c'è chi ci mangia...

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E' tutto vero, anzi di più

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PESCI FUOR D'ACQUA

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Parole di sangue

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Si presenta come Babsi Jones, dalla sua biografia si capisce che è una donna ma anche che non ha importanza. Ha scritto un "quasi romanzo" dal titolo "Sappiano le mie parole di sangue" pubblicato per la Rzzoli nella collana "24/7".

La storia sono tante storie raccontate nella Jugoslavia di guerra, vista da quattro donne che sono rintanate in un condominio. Quale Jugoslavia? Vediamo dove abbiamo ficcato la Birmania di qualche giorno fa, e forse ci troviamo anche la Jugoslavia.

Non ho ancora letto il libro, ma alcuni lo definiscono come "destinato a restare" e la sua autrice "un genio". Aspettiamo a parlare, ma intanto possiamo dire quello che vediamo.

Il sito di Babsi Jones è un capolavoro di architettura web, ricco di contenuti, narrazioni, multimedia, incursioni ed escursioni dentro la tela del "mondo" Babsi Jones.

Non c'è politica, non c'è ideologia in questo labirinto.
"Un uomo labirintico non cerca mai la verità, ma sempre e soltanto Arianna", direbbe Albert Camus.

Nuove musicali

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Il titolo dell'album è "Going To Where The Trees Are", è uscito nel maggio 2006 e il cantautore è svedese, ma vive a Berlino. Peter Von Poehl, questo il suo svedesissimo nome, pare sia cresciuto sotto l’ala protettrice del compositore francese Bertrand Burgalat.
La sua musica è pop, senza equivoci. L'etichetta inglese indipendente Bella Union lo porta in palmo di mano e lo ospita nel suo Club di Londra (vedi in basso il manifesto).
Per chi si è incuriosito, qualcosa si può ascoltare su MySpace. E' musica che piace o non piace. A noi piace.