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Cosmo Jarvis - Is The World Strange or Am I Strange? (2011)

Diego Roma Filed Under:
L'arma della provocazione travestita da pop


Cosmo Jarvis fa bene a chiamarsi così. Il suo è un cosmo di generi, che gravitano tutti intorno al pop e ci si sposano perfettamente. E ci intravediamo a volte il reggae, a volte la world music, a volte addirittura il rap, il funk e il punk rock. Sì, il punk. Non è uno scherzo. 


Cosmo Jarvis nelle sue canzoni mette tutto nel frullatore. Diverte e si diverte, crea movimento, si avventura in giri orientaleggianti, sicuro come un treno, e ci regala un disco completo, vivo, intrigante dall’inizio alla fine. Il titolo è tutto un programma: Is The World Strange or Am I Strange? A primo acchito diremmo: la seconda che hai detto. Ma visto come volgono le cose del mondo potremmo anche ripensarci. No, non è Cosmo lo strano.





Semmai è il mondo che si adegua a fatica. Lui fa il suo lavoro di giovane talentuoso, attore, polistrumentista, compositore, insomma un portento che tira fuori le chitarre quando serve, scatena putiferi, ma sa dove sta il segreto irrinunciabile della melodia. Sicuramente un album da tenere nello scaffale. 

A volte vestito di bianco e con papillon come fosse ad una festa elegante anni ’50, altre con piumino e cappuccio. Un trasformista, animale da palcoscenico, estroso e assolutamente imprevedibile, fa arrivare i suoni fino ai ritmi latini, ma sempre mischiati con il pop rock all’americana. Una roba da pazzi insomma. Ma andate pure a leggere la sua biografia sul sito Internet, ascoltate qualcosa del Cosmo-mondo. E un ragazzo che non delude. E’ uno che ha tutta l’aria di godere di più quando trova qualcuno che lo provoca. Ecco, la provocazione, questo è Cosmo Jarvis.


Low Roar - Low Roar (2011)

Diego Roma Filed Under:
Ruggire non è questione di forza, ma di intensità. Parola di Ryan Karazija

 

Possiamo dunque andare leggeri, e se abbiamo bisogno di ruggire, lo possiamo fare piano. Lo possiamo fare anche se non siamo leoni, anche se siamo solo degli innocui, silenziosi, malinconici cervi.

Si erge così dal nulla, elegante e discreto il progetto Low Roar di Ryan Karazija, giovane autore di un album omonimo marchiato Islanda, che usa dosaggi minimi per unire acustico ed elettronico, mettendoci una voce che ricorda a volte Tom York, a volte i Sigur Ros, a volte qualcun altro che non ti viene.

Canzoni impalpabili, che possono chiamarsi tali solo perché c’è un testo, una voce, un ritornello. Altrimenti era facile parlare di electro-ambient, musica d’atmosfera, o che so io. I pezzi si susseguono nitidi, trovano il loro corso in un crespuscolo, sembrano creature digitali ma vengono dall’artigianato. Ce lo dice già la copertina, bucolica e campestre: un cervo che “ruggisce”, e sortisce lo stesso effetto che avrebbe un leone: far volare via gli uccelli. E quel Low Roar col pennarello rosso. 


 
Siamo a casa. Musica fatta in casa, e non di rado a casa. Non un disco che dà lo choc, né che sorprende a tutti i costi, ma capace di imporsi. Non resterà nei mirabilia dei nostri scaffali, forse, non per tutti almeno, e richiede le accortezze spesso invise a chi cerca musica facile: abbandono e ascolto.Siamo al Nord.
 
Ma c’è anche la chitarra acustica: quella di Rolling Over anticipa una ballata semplice e bella, scarna solo apparentemente. Le sfumature vanno da una viola a un pianoforte leggero, c’è l’ombra di un organo, di un sinth, persino di fiati e trombe. 
 
La delicatezza ci sfiora anche con The Painter, che si gioca intorno ad un arpeggio di chitarra, strofe semplici e dei cori in lontananza che fanno da eco ad una eco che è già un po’ la cifra del disco. E ancora acustica è Friends Make Garbage, nettamente zona Radiohead di qualche tempo fa: lirica, reminiscenza pura, immobile nella sua sottile variazione. 
 
A scombinarci il sogno, Puzzle, più ruvida. Poi ecco Tonight, Tonight, Tonight
 
Metti una sera che segue una giornata di eccessivo rumore. Il nostro ruggito lo possiamo lanciare lo stesso. Un ruggito silenzioso. Questo è Low Roar.

Low Roar
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