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Mason Porter, un incontro casuale in un saloon della Pennsylvania

Diego Roma Filed Under:
Joe d'Amico e compagni e il loro amore per le radici, a colpi di slide guitar e ballate blues


Torni indietro nel tempo e nello spazio, entri in un saloon e trovi a suonare i Mason Porter,un gruppo di amici della Pennsylvania che propongono le radici, quelle più genuine, del bluegrass americano. Comprensibile che chi legga resti sempre disorientato da queste proposte musicali tendenti alla tradizione americana. Ma i Mason Porter mi hanno semplicemente aggiunto come loro amici sul mio Myspace, e dunque mi hanno incuriosito e non a torto.

Muniti di chitarra, mandolino, contrabbasso e qualche percussione, rivitalizzano il folk-roots con una buona dose di ironia e la predilizione per il live. Non a caso le canzoni disponibili su Myspace sono quasi tutti estratti di concerti, e quando non lo sono lo sembrano, tutte registrate al MilkBoy Coffee in Ardmore, PA. In un saloon, appunto.

Quattro giovani americani capitanati da Joe d'Amico (questi cognomi italiani ricorrono e vorranno pur dire qualcosa), un cantante strumentista che porta avanti anche progetti solisti e che, in contrasto con l'atmosfera traditional delle musiche, possiede un sito personale molto raffinato, su cui sono disponibili le sue ballate semplici e malinconiche ma anche di quel grezzo suonare la propria storia senza troppi complimenti. Quindi navigate nel sito tra le mongolfiere che salgono e scendono dallo schermo mentre chitarre, mandolini e la voce di Joe fanno da sottofondo. E' una musica di compagnia che in questi giorni di festa si può anche mettere a volume basso mentre si discute con parenti e amici tra un torrone e un fico secco.

I Mason Porter comunque per Natale hanno regalato questo video molto divertente che vede un improbabile rissa da saloon tutta al femminile, combattuta nientemeno che a mosse di Kung Fu. In questo modo niente affatto banale ci augurano buone feste, e io le auguro ancora una volta a voi.


Ah... una curiosità: ve la ricordate Sliver, dei Nirvana? Beh, i Mason Porter rifanno anche quella. Provare per credere!



FONTI:
Myspace
Youtube
Joe d'Amico Website

Diego Roma Filed Under:

A natale... batti il diavolo!

Da New York l'ispirazione lo-fi per augurare a tutti feste da trascorrere con dignità


Nell'augurarvi un buon natale, nella migliore tradizione indie, non vi consento di sfuggire a questo sound. Dobbiamo ricordare sempre di indagare le minoranze, siano esse etniche, sociali, linguistiche o, appunto, musicali, come questi Beat The Devil che a me piacciono tanto.

Diego Roma Filed Under:

La scena musicale di Boston in tre e quattr'otto


Come ammansire pochi esigenti lettori per qualche giorno e organizzare il lavoro...

Che problema può avere uno che sceglie di scrivere un blog in cui si parla solo di musica? Nessuno, tranne il fatto di avere una lista di 60 segnalazioni da fare e solo la notte per scriverne una. Allora la soluzione sarebbe scrivere un post che ne contenga almeno un paio. E che abbiano in comune qualcosa. E allora eccole. Minimo comune multiplo: Boston.

broken river prophet Per questi Broken River Prophet mi sono sbattuto a destra e a manca e non sono riuscito a trovare quasi nulla. Il loro sito riporta stralci di recensioni su questo collettivo guidato da Adam Brilla, a cui pare partecipa chiunque abbia voglia di suonare. Niente etichetta di registrazione, i componenti aumentano se si prova a leggere troppo, le recensioni più vecchie datano 2003, ma credo che la storia sia più complessa e laboriosa. Qualche leggenda si può trovare su myspace, altro sul sito ufficiale e chi ha voglia può guardare su Band In Boston, da dove io ho estrapolato lo streaming che vi permetterà di ascoltare circa mezz'ora di pura e meravigliosa follia.

elridge rodriguez Eldridge Rodriguez, aka E.A., è il fondatore di una band chiamata The Beatings ma ora esce con un suo progetto This Conspiracy Against Us (Midriff Records, 2007). Ascolterete una serie di ballate grezze e alcoliche che cospirano contro il pop politically correct. Melodie rigorosamente lo-fi, voce matura, approccio acustico. Per gli amanti del fatto in casa. Potete trovare qualcosa qui e qui.

viva viva E ancora. Si chiamano Viva Viva, suonano melodie semplici con chitarre che a volte si perdono in arpeggi al ritmo rockeggiante della batteria, insozzano il suono di polvere e poi lo ripulscono come per magia e ti fanno perdere il senso degli spazi. Sembrano i Vetiver, poi i Sixteen Horsepower, poi non so che altro. Musica divertimento e malinconia sbarazzina, ma anche country blues ipnotico. Anche questi suonano molto lo-fi, ma hanno come dire un senso della musica semplice, all'americana, folk dolce e grezzo a un tempo: da viaggio. Qualcosa nello streaming di Band In Boston ma anche su Myspace. Di più è veramente difficile sapere. A descrivere le sensazioni sarete voi.

Così abbiamo sfiorato la scena di Boston, ma io non ho risolto con la mole di gruppi che vi vorrei far ascoltare. Chi mi aiuta? Se avete una stilografica pronta fatemi sapere che vi faccio avere un po' di musica da ascoltare. E di recensioni da scrivere. A firma vostra.


FONTI:
Band in Boston è una sorta di Web Radio in cui potete ascoltare le registrazioni in podcast. Se cliccate sul link li trovate tutti e anche di più. Le altre fonti sono quelle citate durante l'articolo. Per le foto, come fan tutti.

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The Twilight Sad. I turbamenti del giovane Ghram

Diego Roma Filed Under:

In Italia non convincono, ma abbiamo all'estero chi li sviscera per benino. Intanto i vetri della finestra tremano, ma non a buffo



La Fat Cat Records li ha beccati al volo perché hanno un suono genuino, ma non se ne dice granché bene in giro tra i siti italiani. I duri e puri dell'indie tricolore lamentano il già sentito, l'abuso di showgaze, l'imitazione pedissequa dei più illustri predecessori. Eppure eppure James Graham e compagni, in arte The Twilight Sad, qualche cosa da dire ce l'hanno. Io che ho comprato Fourteen Autumns & Fifteen Winters a occhi chiusi, dopo un discreto ascolto su Myspace, ho pensato subito che, per essere un esordio, il loro disco appare molto curato: voci, cori, fisarmoniche, elettronica e chitarre a muro portano la migliore tradizione indie di Glasgow negli altoparlanti delle nuove generazioni, quando ormai gli Arab Strap non esistono più e i Mogwai sono così maestosi da musicare le immagini del bellissimo movie dedicato A Zinédine Zidane.

Ci sono tutte le inquietudini delle malinconie scozzesi nei Twilight Sad, ma sono focalizzate in quei quattordici autunni e quindici inverni che rappresentano l'età difficile dell'adolescenza. E' questo il tema dominante del disco, e a questo a mio avviso mirano i suoni densi e vischiosi che coprono l'udito come ronzii. D'altronde basta guardare la copertina del disco per farsi un'idea.

Ma torniamo ai fatti. Il sito forse più riconosciuto di musica indie a livello internazionale, Pitchfork Media, ne parla così:

[...] La prima volta che senti i Twilight Sad, avverti subito il suono familiare. Viene in mente Aiden Moffett degli Arab Strap [...], viene in mente lo Shoegaze [...], vengono in mente gli U2 [...]
Detto questo, i Twilight Sad stanno spingendo questi elementi familiari in alcune impreviste ed emozionanti direzioni. [...]


Per parte mia questo cd, al quinto giorno di ascolto, presenta quattro musicisti freschi, giovani, genuini, incazzati e scozzesi fino all'osso, capaci di far tremare i vetri della finestra senza rilasciare solo rumore. Ma per favore ditemi la vostra. Vi giuro mi interessa, non è un abbocco...

FONTI:
Myspace
FatCatRecords
Pitchfork Media
Storia della musica
Indie For Bunnies

iLiKETRAiNS. Chi dà melodia all'apocalisse?

Diego Roma Filed Under:

Cinque ragazzi di Leeds aggiungono Godspeed you Black Emperor! alle lamentazioni di Nick Cave. Prendete un giorno di pioggia...



Prendete un giorno di pioggia dirotta e incollatelo sul layout dei vostri pensieri. Fotoshoppate il cielo a notte e montate una finestrella jpg su una stradina di paese, appena appena illuminata dai lampioni comunali. Rubate qualche palazzina da Google e mettetela qua e la. E che quelle tapparelle semichiuse esprimano bene, mi raccomando, il calore casalingo che vi sta davanti. Infine pescate nella cartella "Immagini" dei vostri ricordi e cercate quando è stata l'ultima volta che avete palpitato per una poesia.

Ecco, adesso siete pronti per ascoltare Elegies To Lessons Learnt (Beggars Banquet Records), questo disco fatto di un vorticoso e lacerante e gotico post rock per mano di cinque ragazzi di Leeds, gli iLiKETRAiNS.

Ne dovevo scrivere tempo fa, probabilmente subito dopo aver visto il concerto al Traffic di Roma, ma non ho potuto. Li stavo ascoltando. E vi basti l'incipit con cui ho aperto per conoscere non solo il panorama di casa mia come lo vedo io dopo 12 ore di computer, ma anche che quella degli iLiKETRAiNS è una musica visonaria, narrativa, che declama in modo possente di peccati, cadute, ideali disfatti, ma lo fa in un modo netto e conferendo al tutto bellissime melodie.

Si parte da un nonnulla, ipotizzando una ballata notturna cantata al modo di Nick Cave: si parte piano ma si sente l'aria carica preparata dalle chitarre, l'umore gonfio, la grancassa che quasi spazientisce, le ninne nanne che diventano presagi, fino a quando il crescendo esplode in un fragore apocalittico che dilania definitivamente la nostra attesa. E allora si aprono paesaggi, squarci, frammenti, lampi, ricordi, vere e proprie visioni post-romantiche.

Le Elegies to Lessons Learnt sono come le volevano i greci, lamentazioni funebri, cantate da una voce ruvida e giovane, elevate alla massima potenza dalla sinfonia di trombe, chitarre, tastiere, percussioni, tutto insieme a spalancare atmosfere accostabili solo ai Godspeed You Black Emperor!

La garanzia che posso dare io è il live. Disco o palcoscenico, questi bravi ragazzi di Leeds, che a vederli sembravano usciti dal college (dopo un festino, s'intende), sono musicisti veri.
E sanno quello che vogliono.

FONTI:
Myspace
Beggars Banquet Records
Concerto al traffic (di cui non ho documenti ma ho questo)
Veduta dalla finestra di casa mia (non ci sono i tombini figuriamoci i link)

Il mondo sommerso dei Tulsa

Diego Roma Filed Under:

Prodotti dalla Van The Park, il loro EP attira l'attenzione delle webzine specialistiche. Maledetta malinconia...


E' successo un po'come quando la mattina mentre fai colazione e leggi il quotidiano senti una melodia alla radio, e per raggiungere la manopola del volume ti rovesci il cappuccino addosso. Pronto per fare una cosa e invece...

I Tulsa si chiamano come una città dell'Oklahoma ma sono di Boston. Il loro nome lo hanno preso dal titolo di un libro fotografico di un certo Larry Clark (approfondite sul sito Pitchfork Media) e il loro è un EP, un mini-album di poco più di mezz'ora. Eppure queste sette canzoni mi hanno strappato subito un appunto a penna, mi hanno richiamato alla mente certi pezzi dei primi R.E.M. (Murmur e Green) o dei Guided By Voices più morbidi. Riverberi, voci lontane, stratificazioni di chitarre, un rock grezzo ma velato di malinconia e cantato con melodie semplici e coinvolgenti.

La band esce per la Park the Van, una piccola e ammirevole etichetta indipendente con all'attivo gruppi molto interessanti che vi consiglio di andare a spulciare.

Quanto ai Tulsa, non dico che dobbiate strapparvi i capelli al primo ascolto, ma soffermatevi un paio di volte su queste poche canzoni del loro I Was Submerged e vedrete che Erik Wormword e Carter Tanton, riusciranno a strappare un appunto a penna anche a voi. Magari sul bordo pagina del vostro quotidiano, la mattina a colazione, quando di solito si ascolta distrattamente la radio.

... e occhio a non farvi rovesciare il cappuccino addosso.

FONTI:
Pitchfork Media
RCRD LBL
Myspace
Park the Van

The Devil Makes Three

Diego Roma Filed Under:

Ironia, spaesamento e tradizione americana. Quando il diavolo ci mette lo zampino...




E'passata una settimana esatta dall'ultimo post. Un po' troppo è vero, ma più che cacciare il nuovo a tutti i costi, è bella l'indagine. E l'indagine richiede tempo.

Un'altra passeggiata in terra d'America, ancora una volta per attraversare le infinite sfumature del folk a stelle e strisce. Se vi ricordate ci eravamo lasciati nel Texsas delle melodie vellutate di Ola Podrida. Ora prendiamo il nostro fagotto e migriamo verso territori più aspri, per inseguire le avventure di un trio chiamato "The Devil Makes Three".

Il nome del gruppo, che in italiano dovrebbe corrispondere a un conteggio in cui "il terzo è il diavolo", o in altre parole che "siamo io, te, e con il diavolo siamo tre", si riferisce al trio composto da Pete Bernhard (chitarra), Lucia Turino (contrabasso) e Cooper McBean (benjo et al.).


E' ancora una volta musica fotografica, di spostamento, di migrazione continua in cerca della terra promessa. E forse non è un caso che proprio il mese scorso, a ri-produrre il loro primo lavoro uscito nel 2002 sia stata la Milan Records, che tra l'altro si occupa di produzione di colonne sonore.

La biografia di "The Devil Makes Three" sta in mezzo tra la storia e la leggenda, li vede spostarsi dal Canada verso una fattoria che alleva marmotte nel Vermont, e di lì ancora in giro a suonare fino a quando nel 2002 producono il primo album e finiscono nientemeno che in Scandinavia, la seconda patria del folk americano. Il richiamo della terra d'origine però li fa spostare ancora, questa volta in California, dove tuttora vivono, a loro dire, in una grotta.

Quel che è certo è che l'itinerario tracciato dalla musica di The Devil Makes Three, è fedelmente un viaggio e un incrocio di generi, un amalgama di bluegrass, folk, country e ragtime che scavalca i confini federali per disperdersi in mille sfumature realizzate con i poveri mezzi della tradizione americana, dove c'è posto per stumenti a corda, certo, ma non per la batteria, che viene di volta in volta rimpiazzata da schiaffi alla chitarra alla Howe Gelb, slap di contrabbasso, frenetici arpeggi di banjo e approccio punk alla Slim Cessna's Auto Club.

Modernissimi, se non avanguardistici, sono invece l'ironia, l'umorismo, il carattere genuino e mai scontato di questo trio, che affianca canzoni di protesta a racconti popolari, con una energia vigorosa e un approccio rigorosamente acustico.

Il suono è pieno nonostante i pochi mezzi, le melodie sono forbite nonostante la semplicità di ascolto, e soprattutto con i "The Devil Makes Three" si viaggia alla grande, macchina cavallo o treno merci, possiamo aspettarci di trovarli in giro a suonare il loro bluegrass senza troppi complimenti. L'invito è come sempre quello di lasciarsi andare alle coreografie suggerite da questa ulteriore variazione della infinita confusione di sonorità che ci regala la più che mai contraddittoria terra d'America
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FONTI:
Myspace
Sito Ufficiale
Milan Records